Da “Mr. Clean” a “Mr. Fog”
C’è un’Internazionale scettica che s’allarma per il quirinabile Prodi
All’estero il biglietto da visita del “quirinabile” Romano Prodi è il suo mandato alla presidenza della Commissione europea, dal 1999 al 2004. Era stato accolto come “Mr. Clean” perché avrebbe dovuto “ripulire” la Commissione dopo uno scandalo di corruzione che aveva costretto alle dimissioni l’esecutivo del suo predecessore Jacques Santer. Quel nomignolo benevolo, dato dagli inglesi, non corrispose però alla realtà di una gestione piuttosto “fumosa” degli affari europei sotto la guida prodiana, alla “Mr. Fog”. E’ un giudizio che accomuna gli euroburocrati rimasti a Bruxelles e che fu condiviso dalle quattro maggiori cancellerie europee: inglese, tedesca, francese e spagnola.
8 AGO 20

All’estero il biglietto da visita del “quirinabile” Romano Prodi è il suo mandato alla presidenza della Commissione europea, dal 1999 al 2004. Era stato accolto come “Mr. Clean” perché avrebbe dovuto “ripulire” la Commissione dopo uno scandalo di corruzione che aveva costretto alle dimissioni l’esecutivo del suo predecessore Jacques Santer. Quel nomignolo benevolo, dato dagli inglesi, non corrispose però alla realtà di una gestione piuttosto “fumosa” degli affari europei sotto la guida prodiana, alla “Mr. Fog”. E’ un giudizio che accomuna gli euroburocrati rimasti a Bruxelles e che fu condiviso dalle quattro maggiori cancellerie europee: inglese, tedesca, francese e spagnola. Prodi venne appoggiato in particolare dal premier inglese Tony Blair e fu accettato dalla Germania per il suo passato democristiano. Ma nonostante gli appelli a entrare nel Partito popolare europeo o almeno a decidere a quale famiglia politica appartenere, non la fece finita con “le ambiguità”, come disse il capogruppo all’Europarlamento per la Cdu tedesca, Hans-Gert Pöttering. Allo stesso tempo, i laburisti inglesi manifestarono la loro delusione per la mancata pulizia.
La fine del mandato di Prodi coincise con lo scandalo Eurostat, organismo comunitario incaricato di certificare i bilanci dei governi. Eurostat venne accusato dall’Ufficio europeo per la lotta anti frodi (Olaf) di avere assegnato oltre un terzo degli appalti senza gara e Prodi, in qualità di controllore, si difese come ai tempi della sua presidenza all’Iri: “L’avevo detto, l’ultimo anno e mezzo a Bruxelles sarà di passione”. L’allora premier spagnolo, José María Aznar, non la prese per buona: “E’ un duro colpo”. Pöttering, durante un’audizione prodiana all’Europarlamento, aggiunse: “Lei deve scegliere il suo ruolo. Non può continuare a occuparsi delle cose del suo paese”. Il riferimento era anche al progetto di lanciare da Bruxelles una riedizione europea dell’Ulivo, mentre in Italia si costruiva l’Unione in vista delle elezioni del 2006 (poi vinte per un soffio da Prodi). A demolirlo fu quella stampa inglese che prima l’aveva appoggiato.
“Quando si è insediato ha promesso trasparenza, controllo della spesa, procedure semplici e affidabili. Nulla di tutto ciò si è realizzato”, scrisse il Financial Times. Neppure gli antefatti, però, erano stati trionfali. Nel 1997, da capo del governo, Prodi cercò di convincere Aznar a un accordo Spagna-Italia per ritardare l’ingresso nell’euro. La faccenda doveva restare riservata, ma Aznar non gradì e raccontò tutto alla stampa. Il risultato è rimasto impresso nella memoria dei funzionari tedeschi che all’epoca cercavano di convincere l’opinione pubblica nazionale a condividere la moneta con i paesi mediterranei. Non si possono definire migliori i rapporti di Prodi con gli Stati Uniti. Da presidente dell’Iri, nel 1986, vendette l’Alfa Romeo alla Fiat nonostante un’offerta migliore dell’americana Ford. Alla Casa Bianca c’era Ronald Reagan e l’ambasciatore a Roma spedì rapporti di fuoco. Le relazioni non migliorarono con il democratico Bill Clinton che nel 1998 non si fidava troppo di Prodi a Palazzo Chigi. Il problema era l’imminente intervento militare contro la Serbia.
L’ex ministro della Difesa, Carlo Scognamiglio, raccontò di un Prodi titubante disposto al massimo a firmare la messa in stato di allarme delle forze Nato, ma non l’impiego dei caccia italiani. Per questo la Casa Bianca avrebbe accolto con favore la sostituzione di Prodi con il più decisionista Massimo D’Alema. Di quel suo governo, Prodi ha sempre vantato le privatizzazioni. In realtà a deciderle era stato Giuliano Amato nel 1992, mentre la loro attuazione in salsa prodiana venne criticata. Disse nel ’98 il commissario alla Concorrenza, Karel Van Miert, riferendosi a Telecom: “Questi noccioli duri di azionisti in Italia sono stati cucinati con criteri che nulla hanno a che vedere con una vera logica di mercato. Anzi, spesso hanno prodotto intrecci di tipo incestuoso”. E in queste ore, infatti, in Gran Bretagna è un fiorire di risposte sdegnate all’accusa prodiana nei confronti di Margaret Thatcher che avrebbe causato la crisi odierna.